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"ALLENARE LA PRESTAZIONE"
Recentemente ho avuto il piacere di seguire una riflessione particolarmente interessante di Angelo Mangiante, ex tennista, oggi giornalista, inviato di SKY che segue il tennis. Alla domanda su come il sistema italiano sia riuscito a produrre talenti del calibro di Jannik Sinner, conquistare la terza Coppa Devid consecutiva e far emergere giovani promettenti come Fabio Cobolli, la sua risposta mi ha colpito molto. Mangiante ha spiegato: "La Federazione Italiana Tennis ha investito per anni nella formazione di tecnici altamente qualificati. Questi professionisti non solo sanno individuare i talenti, ma li coltivano con un approccio metodico e consapevole. Si è lavorato per creare un ambiente capace di mettere i giocatori a proprio agio, curando ogni dettaglio della loro crescita. Questo ha permesso loro di esprimersi liberamente ed emergere senza essere schiacciati da pressioni inutili o aspettative irrealistiche, un problema che, invece, è molto frequente nel calcio". Mangiante ha poi sottolineato un aspetto cruciale: nel calcio italiano manca la stessa attenzione dedicata alla formazione degli allenatori. Anche io. Ho osservato spesso come il nostro sistema calcistico sia rimasto indietro in termini di innovazione nei metodi di allenamento e sviluppo delle competenze, soprattutto per quanto riguarda le categorie giovanili. Al contrario, il tennis sembra aver trovato la chiave del successo puntando su una programmazione mirata che parte dalla qualificazione degli istruttori e di chi opera quotidianamente con gli atleti. Un’altra criticità evidente nel calcio giovanile è l’eccessivo focus sui risultati immediati, spesso a discapito della formazione a lungo termine. Un problema particolarmente diffuso è rappresentato dalla presenza di allenatori dilettanti, spesso pensionati o volontari, che trascurano la formazione continua e rimangono ancorati a metodi ormai superati. Questo modo di allenare porta spesso a trattare i giovani calciatori come "micro adulti", senza considerare le peculiarità e i bisogni specifici di ciascun ragazzo. Inoltre, si registra un fenomeno preoccupante di drop-out sportivo, causato dall’eccessiva pressione per imitare il professionismo nei settori giovanili dilettantistici. Questa tendenza, purtroppo, spinge molti ragazzi ad abbandonare il calcio, creando aspettative irrealistiche che inevitabilmente portano a delusioni. L’analisi di Mangiante mette in luce l'importanza di un approccio lungimirante e bilanciato, che non si limiti a valorizzare il talento, ma che favorisca anche la crescita personale dei giovani. Il tennis italiano sembra aver compreso e applicato questa visione con successo, mentre il calcio, purtroppo, ha ancora molta strada da fare. I deludenti risultati della Nazionale italiana di calcio negli ultimi anni, tra cui due mancate qualificazioni ai Mondiali e la persistente incertezza per il futuro, dimostrano chiaramente la necessità di un cambiamento. Superare questa crisi richiede non solo impegno, ma anche tempo e una pianificazione strategica a lungo termine. Una delle sfide principali è la mancanza di una programmazione strutturata e coerente. Salvo rare eccezioni, il calcio italiano ha smesso di guardare al futuro con una visione chiara. Ciò che trovo davvero preoccupante è che, ascoltando un osservatore esterno come Mangiante, emergano così tanti dubbi e lacune nel sistema calcistico italiano. Sembra mancare una reale volontà di cambiare, di abbracciare una nuova filosofia capace di superare vecchi schemi ormai obsoleti. Questa mancanza di iniziativa rappresenta, forse, l'ostacolo più grande per il futuro del calcio italiano.
Ultimamente, non riesco a smettere di farmi una domanda: cosa succederebbe se non ci qualifichiamo per i prossimi Mondiali? Sarebbe la terza edizione consecutiva che salteremmo. Un fallimento del genere porterebbe, come al solito, a una crisi dirigenziale, al cambio dell’allenatore e alle infinite polemiche di rito—senza mai affrontare davvero la radice del problema. Forse il vero nodo della questione non riguarda solo allenatori o dirigenti, ma va ricercato in profondità, e cioè anche nello stato delle nostre strutture di formazione per i giovani calciatori. Le attività di base, in particolare, sembrano da anni non essere all’altezza degli standard internazionali. C’è poi un dato interessante: alcuni dei migliori giocatori italiani si sono trasferiti all’estero. Penso a Calafiori, Tonali e Vicario, per non parlare di Donnarumma. Sarà una coincidenza? Forse, ma l’impressione è che questi atleti abbiano sviluppato una mentalità più competitiva proprio grazie all’esperienza fuori dall’Italia. Non credo sia un caso. È chiaro che in Italia dobbiamo iniziare a investire seriamente nel settore giovanile e dilettantistico, puntando su allenatori preparati e competenti. Questo potrebbe essere il vero punto di svolta per il futuro. Senza un progetto lungimirante, è impossibile costruire una nuova generazione di campioni. Le fondamenta sono troppo fragili per pensare a un sistema competitivo e sostenibile nel lungo termine. Non voglio nemmeno immaginare cosa accadrebbe se non ci qualificatissimo. Giusto questo weekend ho seguito due partite del campionato inglese: Tonali, con il Newcastle, è stato decisivo nella vittoria contro il Manchester City e Calafiori ha giocato altrettanto bene con l’Arsenal nella sfida contro il Tottenham. Entrambi sono stati protagonisti nelle rispettive squadre. Arrivando al primo spareggio di marzo, mi auguro che Gattuso possa ritrovare questi due giocatori in piena forma, come lo sono ora. La loro assenza si è fatta sentire molto nella gara contro la Norvegia. Tuttavia, non sono ottimista: temo che manchi una vera convinzione nel voler “curare l’ammalato”. Il sistema non sembra pronto a cambiare, e tutto rischia di rimanere com’è. Spero almeno che, se va bene anche vincere ai rigori, riusciremo a strappare un biglietto per i Mondiali. Sarebbe davvero imperdonabile mancare un torneo allargato a 48 squadre. Non esserci sarebbe un enorme peccato per il nostro calcio.




