Il calcio di strada
Misterezio Lorenzi "ALLENARE LA PRESTAZIONE"
Ho avuto la fortuna di vivere intensamente quello che oggi viene chiamato “calcio di strada”.
Si giocava tutto l’anno, ma soprattutto d’estate, a scuole chiuse, quando arrivavamo a fare anche tre partite al giorno: mattina, pomeriggio e sera. Giocavamo ovunque ci fosse spazio: nelle strade o nei giardini, sotto i portici e, negli ultimi anni, nel campo regolamentare dell’oratorio, con porte vere. All’inizio quel campo era di ghiaia, poi venne asfaltato. Le nostre scarpe da ginnastica, dopo cinque o sei partite, erano già distrutte. Eppure nessuno — davvero nessuno, nemmeno i ragazzi di passaggio — si è mai fatto male seriamente. Gli infortuni muscolari quasi non esistevano: qualche contrasto o caduta sì, ma erano figli dell’agonismo, dell’intensità delle sfide e, lo ammetto, anche dell’asfalto. Ricordo che, se una squadra segnava subito e mostrava una netta superiorità, si fermava tutto e si rifacevano le squadre con due nuovi capitani. In quegli anni, senza saperlo, abbiamo smentito molte delle regole e dei principi che oggi guidano i metodi di allenamento tradizionali: l’apprendimento tecnico, tattico e fisico avveniva semplicemente giocando in libertà. La ricerca del dribbling più spettacolare, le triangolazioni, i passaggi, i lanci e i tiri in porta erano la nostra quotidianità. Il gioco era il vero protagonista. La creatività individuale nasceva spontaneamente e liberamente. E chi aveva più passione — come capitava a me — non saltava nemmeno una partita. Sorrido quando sento quarantenni dire di aver vissuto il calcio di strada: se sei nato prima del ’64 posso crederci, altrimenti si tratta di un’esagerazione. Giocare una o due volte a settimana con gli amici non ha nulla a che fare con il calcio di strada. Per me, la fine di quel mondo ha una data, anzi un evento preciso: la vittoria del Mondiale del 1982. Solo il ricordo mi emoziona ancora. Nel tempo, molti campi e spazi dove avevamo giocato per anni vennero trasformati in parcheggi, supermercati e altre costruzioni di cemento. Luoghi sottratti alle generazioni successive, che oggi per muoversi e giocare devono essere accompagnate appositamente alle attività di base delle società dilettantistiche. È innegabile che il calcio di strada abbia alimentato la mia passione per il calcio, sia come giocatore sia come allenatore. Facciamo un po’ di ordine: sono nato nel ’63 e, intorno ai dodici anni e fino quasi ai diciotto anni, ho incontrato il vero calcio di strada. Per chi non lo sapesse, questo tipo di calcio nasceva accanto a tanti altri giochi che riempivano le nostre giornate nei prati, nei boschi, nei cortili, nei giardini, in strada e in oratorio. Ho vissuto il lento ma inevitabile restringersi degli spazi, fino al quasi completo “confinamento” in oratorio. Eppure proprio l’oratorio, allora, aveva una vitalità incredibile: oltre al calcio c’erano la pallavolo, il basket, gli scout, i gruppi parrocchiali e molto altro. Era l’ultimo vero spazio libero, quello che oggi definiremmo “sicuro”. Più ci penso, più mi rendo conto che proprio quell’esperienza ha ispirato, senza che me ne accorgessi, il mio modo di allenare. Il gioco con l’avversario sempre presente, la libertà di provare, l’importanza del giocare più che del risultato: quello era il nostro mondo. La priorità era stare in campo con altri ragazzi, anche più grandi. Anzi, essere chiamato da loro per giocare era un vanto. Nessuno ci metteva pressione. Giocavamo con leggerezza, concentrati solo sul superare un avversario in dribbling, fare un passaggio preciso o tentare un tiro spettacolare. Ed era gratificante. Nel calcio moderno, invece, tutto questo è spesso soffocato: sbagliare è vissuto come un fallimento. Viene tolto lo stimolo a esprimere creatività e libertà. Oggi, a tutti i livelli, l’obiettivo principale è la vittoria, spesso a scapito della formazione. E nonostante le precedenti mancate qualificazioni ai Mondiali, i metodi di allenamento e la filosofia del “vincere a ogni costo” non cambiano. Non voglio insegnare nulla a nessuno e non ho la bacchetta magica, ma una cosa è certa: vedere nelle formazioni di Serie A solo due, al massimo tre, giocatori italiani è triste. Ed è ancora più triste quando si cercano talenti all’estero come se in Italia non ce ne fossero, o forse perché non siamo più capaci di farli emergere. Forse servirebbero più coraggio e più rispetto per le nuove generazioni, facendo un passo indietro per rinnovare davvero il nostro sistema calcio a partire dalle attività di base dilettantistiche. E magari la storia passata potrebbe insegnarci qualcosa, anche solo un pochino...😉😌
Grazie
Misterezio



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