L’eclissi del calcio italiano: il fallimento di un sistema che ha smarrito la base

Misterezio Lorenzi "ALLENARE LA PRESTAZIONE"


L’eclissi del calcio italiano: il fallimento di un sistema che ha smarrito la base

La mia amarezza è tale da non sapere nemmeno da dove cominciare. Non intendo soffermarmi sulle polemiche post-partita, sul modulo o sulle scelte dei titolari, analisi che rimando a un secondo momento, perché oggi il risultato parla da sé e la delusione è troppo profonda.

Anni fa, in occasione della nostra prima esclusione dai Mondiali, mi capitò di ascoltare l’intervista di un ex calciatore straniero che aveva militato in Italia. Sosteneva che, per la sua storia leggendaria, la Nazionale italiana avrebbe meritato di partecipare di diritto. Da allora, purtroppo, abbiamo collezionato altre due mancate qualificazioni. Oggi non facciamo più parte dell’élite internazionale; siamo stati declassati e quasi derisi in una caduta che, amaramente, ci siamo meritati. Sognavo un riscatto che non è mai arrivato.

Mentre gli altri sport in Italia continuano a sfornare campioni, il sistema calcio è rimasto immobile. Con arroganza, si è preferito leccarsi le ferite anziché rinnovarsi. 

Il calcio professionistico è lo specchio del bacino dilettantistico, dalle società di quartiere alle academy. Senza campioni azzurri da emulare, il rischio concreto è che la passione dei giovani si affievolisca fino a spegnersi.

Se oggi mancano i Baggio, i Totti o i Del Piero, è perché il sistema non sa più formare. La classe dirigente sembra mossa più dalla smania di emergere che dalla capacità di programmare. La qualità dell'insegnamento di base è crollata: molti tecnici, schiavi del risultato immediato, hanno abbandonato la missione della "formazione" per inseguire una vittoria effimera. Il calcio giovanile è diventato un ambiente stressante, saturo di aspettative e segnato da selezioni precoci che spingono i ragazzi all’abbandono già a 13 o 14 anni. Qualcuno si è mai interrogato seriamente su questo fallimento socio-sportivo? Evidentemente no, altrimenti avremmo visto un’inversione di rotta nei dilettanti, anziché il solito scaricabarile che cambia un mister, ma lascia le piccole società senza supporto.

Puntando solo al rendimento e alla ricerca spasmodica del "fenomeno", abbiamo adottato metodologie  di allenamento vecchie, gestite da figure spesso non aggiornate. Abbiamo "narcotizzato" la creatività: non formiamo più giocatori, ma “soldatini” imprigionati in schemi rigidi. Dobbiamo restituire il gioco ai giovani cioè a chi lo pratica e alla loro creatività. Se dovessi scegliere un leader per la rifondazione, non avrei dubbi: Roberto Baggio. Lui è l’essenza del calcio, l'ultimo vero genio che presentò idee innovative in FIGC, regolarmente ignorate dalla politica sportiva.

Giocare, nelle attività di base dovrebbe essere un diritto, non un percorso a esclusione che inizia dai primi calci, dai  Pulcini con frasi come "non giochi perché non sei bravo". Non dobbiamo stupirci se il drop-out è in aumento. L’ossessione per il risultato ci ha accecati al punto da farci fallire tre Mondiali di fila. Non serve, come ho sentito  spesso dopo la partita, "lavorare", serve rifondare, ripartendo da zero e imparando dalle eccellenze europee e da altri sport.

Sento parlare di moduli di numeri, ma ignoriamo il malessere profondo. Il professionismo è solo la punta dell'iceberg; il problema è alla base, in quel settore dilettantistico troppo spesso emarginato. È inaccettabile spendere migliaia di euro in bandierine celebrative me ( più di ventimila consegnate ai tifosi alla partita con l’Irlanda del Nord a Bergamo) mentre i progetti di cambiamento restano chiusi nel cassetto. Il sistema calcio oggi somiglia a un "cavallo traumatizzato e indomito", davanti al quale i dirigenti e addetti ai lavori stanno fermi con la sella in mano, senza sapere né come né da dove iniziare. 

Molti di loro si sono allontanati dal calcio reale, lasciando che il bacino di base crescesse in modo anarchico e autonomo, uscendo tragicamente di strada.

Chiunque prenderà il timone avrà davanti un restauro del sistema  immenso. 

Tutti si sono svegliati dopo la sconfitta gridando al cambiamento, ma ritengo ognuno degli stessi che  lo invocano responsabile di questo declassamento: dai vertici federali fino ai dirigenti e ai tecnici della base.

Scusate lo sfogo, ma la situazione richiede una visione e un coraggio che, a giudicare dai nomi che circolano per il dopo-Gravina e dalle interviste post-partita, mancano ancora del tutto.

Grazie
MisterEzio

N.B. E' possibile seguire il podcast pubblicato nel canale youtube: @misterezio1963



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