Riflessioni. siamo proprio certi che nelle attività di base il gioco e il poter giocare siano al centro dei programmi?

Misterezio Lorenzi "ALLENARE LA PRESTAZIONE"

In questo post e in quelli successivi vorrei condividere alcune riflessioni nate da oltre trent'anni di esperienza come mister. In particolare, mi concentrerò su ciò che ho percepito negli ultimi anni allenando l'attività di base nel mondo dilettantistico. Ci tengo a precisare che si tratta di impressioni del tutto personali che, ne sono consapevole, molti potrebbero non condividere.

Permettetemi di iniziare con alcune riflessioni personali, forse un po' fuori dagli schemi e controcorrente. Mi rivolgo specificamente ai settori giovanili dilettantistici, dove spesso l'interesse e le aspettative di crescita dei ragazzi non sono al centro dell'attenzione come dovrebbero. Il concetto è semplice: negli sport giovanili, gli istruttori, gli allenatori dovrebbero dare priorità alla crescita dei ragazzi attraverso il gioco, offrendo loro più opportunità di giocare. Eppure, questo non accade sempre. L 'esperienza maturata sul campo con le squadre giovanili conferma quanto sia prioritario valorizzare ogni atleta, mettendone al centro il benessere. In questo percorso, è fondamentale offrire ai ragazzi il maggior numero di occasioni per giocare e sentirsi protagonisti, garantendo, specialmente nella attività di base, a ciascuno giovane giocatore un ruolo attivo indipendentemente dal livello tecnico raggiunto.

Permettere ai ragazzi di mettersi alla prova, anche quando sembrano ancora immaturi, è fondamentale per la loro crescita. 

Solo così possono sviluppare competenze più solide. Offrire loro spazio, fiducia e opportunità di confronto significa creare le basi per alimentare la loro passione. Credere nei giovani, fare giocare anche in quelli apparentemente meno talentuosi, significa avere fiducia in un progetto a lungo termine, dove il potenziale si trasforma in realtà attraverso l'esperienza sul campo. 

Questa visione è una responsabilità che riguarda tutti: famiglie, allenatori, dirigenti e società sportive. L'impegno e il piacere di giocare possono portare a risultati straordinari. Ad esempio, allenando la categoria Esordienti, molti ragazzi hanno migliorato notevolmente, semplicemente offrendo loro gioco e visibilità. Questo dimostra l'importanza di creare un ambiente stimolante, dove ogni giovane atleta possa esprimere il proprio potenziale. Non si tratta solo di tecnica e strategie, ma di offrire opportunità di crescita e di scoperta. Spesso basta poco per accendere una scintilla. 

Ogni allenamento e partita sono opportunità di crescita. Vedere i ragazzi superare le proprie aspettative è stato motivo di grande soddisfazione. 

Trasmettere motivazioni positive e dare la possibilità di giocare sono la scintilla per infondere una passione duratura. Questi momenti hanno insegnato che con disponibilità, fiducia e perseveranza, i risultati possono sorprendere. 

Quando si offre ai giovani tempo e opportunità di giocare e crescere, si alimenta la loro passione per il calcio. Questo li spinge a superare difficoltà con motivazione, moltiplicando il loro talento. Purtroppo, la selezione inizia troppo presto e spesso delude le aspettative. 




Mettere al primo posto il risultato o la ricerca del "fenomeno" crea tensione nei giovani giocatori. Inoltre, questa filosofia non ha prodotto giocatori particolarmente talentuosi. Al contrario, concentrarsi sulla formazione e sulle motivazioni è fondamentale, promuovendo la passione per lo sport. 

L'allenatore dovrebbe supportare e valorizzare questa inclinazione. Questo spinge il giocatore a superare i propri limiti, affrontando le sfide con determinazione. 

La passione per il gioco nasce dalla possibilità di giocare, e l'allenatore ha responsabilità dirette in questo. 

Nel calcio, la motivazione è fondamentale. 

  • Senza una motivazione interna stabile, non c'è apprendimento né divertimento. 

  • Privato della possibilità di giocare, che resta la sua motivazione principale, il giovane calciatore finisce inevitabilmente per abbandonare, il gioco e  lo sport

Se teme di sbagliare, o viene criticato dall'allenatore, avrà meno possibilità di imparare. 

Lo porterà a perdere la voglia di mettersi in gioco, migliorarsi e superare i propri limiti, portandolo all'abbandono. Tale concetto si applica a qualsiasi squadra giovanile dilettantistica. La motivazione non è solo l'inizio, ma ciò che mantiene vivo l'entusiasmo. 

Le motivazioni e il divertimento rendono tutto più leggero. Negli sport giovanili e in particolare nel calcio, il numero di abbandoni è alto e precoce. 

Mi chiedo, forse ingenuamente ma concretamente: siamo davvero convinti che gli allenatori e, più in generale, gli adulti, non abbiano responsabilità in tutto questo? 

La riflessione è tutt'altro che banale, poiché il coinvolgimento degli adulti, in particolare dirigenti, allenatori e genitori, si riflette direttamente sulla motivazione e sul benessere dei giovani atleti. Ci sono momenti in cui le cause e i comportamenti sono così evidenti che non servono parole. 

La gestione dei settori giovanili, spesso improntata a una ricerca esasperata e forzata del risultato, rappresenta un freno con effetti dannosi a lungo termine per l'intero sistema calcistico. Questa mentalità, insieme ad altre cause meno visibili, è uno dei principali fattori che hanno innescato, come effetto domino, le due  mancate qualificazioni ai Mondiali e il conseguente declino generale della Nazionale italiana, con una carenza di giocatori di talento. Basta osservare le formazioni dei club professionistici per accorgersi di quanto sia ridotto il numero di italiani in campo, nonostante l'alto potenziale delle nostre Nazionali giovanili. È una contraddizione incredibile: molti ragazzi vestono la maglia azzurra, ma trovano pochissimo spazio nei propri club. In Italia, il sistema calcio, come da consuetudine, cerca di risolvere questi problemi con l'esonero dell'allenatore, evitando ancora una volta di affrontare il vero nocciolo della questione che rimane irrisolto. 

Il fulcro del sistema calcio attuale risiede nelle società dilettantistiche e nei loro settori giovanili. Negli ultimi anni, il panorama calcistico italiano ha subito profondi cambiamenti e, a detta di molti, ha perso qualità. Esplorando per più di trent'anni il mondo delle società dilettantistiche e delle attività di base, emerge una realtà che meriterebbe maggiore attenzione e che, per diverse ragioni, non gode di ottima salute. 

Le società dilettantistiche sono spesso considerate il "dietro le quinte" del calcio, ma in realtà costituiscono il fondamento su cui si regge l'intero sistema. Le attività di base sono i vivai dove nascono e si formano i talenti del futuro, luoghi in cui i giovani non solo perseguono il sogno di diventare calciatori professionisti, ma crescono anche a livello personale, sviluppando valori come responsabilità, sacrificio e rispetto. Senza adeguati interventi e supporto, queste realtà rischiano di scomparire, trasformandosi in un fenomeno di nicchia che favorisce la crescita esclusiva delle Academy. 

Un allenatore può insegnare a calciare una palla, a controllarla e a condurla, ma non a giocare a calcio. Sono i ragazzi che imparano a giocare a calcio, se hanno allenatori in grado di fornire loro le migliori e più concrete opportunità di apprendimento e di gioco, ovvero se sono competenti. 


Sottovalutare le radici del calcio, ovvero le guide dei settori giovanili dilettantistici, significa compromettere la scoperta di nuovi talenti, ma anche perdere quei valori fondamentali, come, inclusione,  passione, educazione ed etica, che lo sport trasmette. Investire nel calcio di base non è solo una questione economica, ma un riconoscimento del suo valore e della sua importanza. Altrimenti, il rischio è un progressivo declino di tutto il sistema calcistico. 

Il calcio professionistico è solo la punta dell'iceberg di un sistema che trova il suo equilibrio nella base, costituita dalle società dilettantistiche. Senza proteggere e valorizzare questa base, il futuro del calcio sarà sempre più incerto. Si osserva già oggi una preoccupante carenza di talenti emergenti. 

Per questo motivo, è essenziale che tutti gli attori del sistema calcistico comprendano l'importanza cruciale del settore giovanile dilettantistico, promuovendo politiche e iniziative concrete con programmi e metodi innovativi per garantire lo sviluppo e la sopravvivenza. 

Preservare la vitalità del calcio professionistico significa ripartire dalle fondamenta: il calcio giovanile dilettantistico. 

Spontaneamente, mi viene naturale seguire il principio per cui attingere da un vasto bacino renda più probabile l'emersione del talento, rispetto a una selezione troppo precoce effettuata sin dall'inizio dell'attività di base. 

Rivalutare il ruolo delle società dilettantistiche significa non solo formare giovani di talento, ma anche sviluppare allenatori e dirigenti preparati e competenti. 

Il focus deve essere su una pianificazione a lungo termine, evitando l'ossessione per i risultati immediati. 

Solo così sarà possibile far crescere atleti capaci e cittadini responsabili. Inoltre, è indispensabile rinnovare i metodi di allenamento. La realtà è che la Nazionale ha perso competitività e fatica a produrre giocatori di alto livello. Le difficoltà di qualificazione e l'assenza dai tre Mondiali sono segnali evidenti di un sistema che non funziona. 

È fin troppo facile e superficiale attribuire la colpa ai giovani, accusandoli di mancanza di passione o spirito di sacrificio. 

Si sente spesso dire che i nuovi talenti, non appena ottengono un successo economico, si distraggono. In verità, la responsabilità principale ricade sugli adulti: sugli allenatori e su metodi di allenamento e comunicazione non adatti alle esigenze delle nuove generazioni. 

Ripeto l'attuale sistema, eccessivamente orientato al risultato e alla vittoria a tutti i costi, genera troppe false aspettative di gioco. 

Anziché offrire ai giovani lo spazio necessario per crescere, giocare ed esprimersi con creatività, il sistema li sottopone a pressioni legate ai soli risultati fin dalle attività di base. Di conseguenza, i giovani, incapaci di sopportare l'ansia e questa pressione, finiscono per arrendersi e abbandonare il percorso. 

L'allenamento nei settori giovanili dilettanti e non  richiede che gli allenatori possiedano competenze e una modalità di comunicazione aggiornate, rispetto al passato, supportate da una formazione completa. Questo è fondamentale per ripristinare la competitività e i valori del calcio. L'eccessiva enfasi sul risultato a tutti i costi e sull'aspetto fisico, nei metodi di allenamento, promuove l'idea del "giocatore-atleta" a scapito della creatività e del talento. 

Questa direzione ha spesso trascurato lo sviluppo formativo e cognitivo dei giovani calciatori, sottovalutando le qualità che fanno la differenza in campo. Inoltre penso che per contrastare un calcio sempre più meccanico e schiavo della tattica, dobbiamo rimettere al centro la creatività e il bagaglio cognitivo dell'atleta. L'enfasi eccessiva sulla preparazione fisica e sull'intensità ha trasformato il gioco in un mero scontro atletico, oscurando il talento e l'estro. 

È tempo di tornare a nutrire l'essenza del calcio, la creatività e  la libera intraprendenza, limitando gli schemi predefiniti. È un'utopia pensare di poter leggere il gioco tramite algoritmi, come se fosse una sequenza ordinata, lineare e logica di istruzioni capace di risolvere problemi tattici imprevedibili o di eseguire compiti specifici. 

In verità, molto semplicemente, è il gioco stesso l'unico istruttore e l'unica fonte di conoscenza che ha realmente la capacità di imprimere nella memoria qualità e capacità con la stessa emotività richiesta dalla partita reale. Mi chiedo come sarebbe il calcio italiano oggi se, negli ultimi vent'anni, si fosse ridimensionata l'attenzione sulle metodologie classiche, non concentrandosi sulla preparazione fisica e su esercizi ripetitivi? 

E se, invece, si fosse investito in metodi di allenamento più orientati al gioco, che sviluppassero le capacità cognitive e valorizzasse l'aspetto situazionale attraverso esercitazioni innovative? 

si sarebbero veramente perse le qualificazioni agli ultimi due Mondiali?

Per ora mi fermo qui. Giuste o sbagliate che siano, le mie riflessioni riprenderanno nel prossimo post. Le mie parole sono dettate solo da una grande passione e dall'amarezza che provo: al solo pensiero che tra un mese inizierà il Mondiale senza di noi, mi si spezza il cuore...

Alla prossima

grazie

misterezio


N.B. Nei prossimi mesi pubblicherò il mio manuale dal titolo "Allenare la prestazione". Chi fosse interessato a saperne di più o a ricevere maggiori informazioni può scrivermi all'indirizzo email: lorenzieio@alice.it.





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